E’ DA DISTESI CHE SI VEDONO LE STELLE

Quello che sto solcando non e’ un angolo di mondo.
E’ un cerchio in cui il centro e’ una piccola imbarcazione spinta dal vento dove il raggio e’ sia l’esatta meta’ sia la luce del sole che brilla più a sud.

L’area del cerchio qual’e’?
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Vorrei conoscere il pittore che lo ha dipinto e il musicista che ne ha creato la melodia.
Lo immagino stendere la tela sul pavimento, lui nel centro.
Compie un giro completo su se stesso gettando secchiate sulla superficie del colore dominante.
Un passo indietro per vedere il risultato ed eccolo inciampare nel barattolo di vernice bianca creando le onde, un blu scuro per dare profondità aumentandone il volume.
Ad opera compiuta, mette la firma e si distacca completamente, così come io saluto chi ho incontrato e prendo il largo separandomi da terra, ogni clic e’ una foto indelebile che passa in sequenza nella mia mente, gli occhi tremano, il cuore brilla.
Se c’è una parola per descrivere l’oceano e’ Potenza, sia in acque mosse che in quelle calme, non può essere altrimenti. Troppo grande, troppo profondo, forse solo troppo.
Dove se non esistesse la linea che li separa, cielo e mare si abbraccerebbero invece che creare l’illusione di due fotografie incollate perfettamente, le onde mosse dal vento si danno appuntamento al sole all’orizzonte e nel loro andare mi invitano a fare altrettanto.

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Sono pochi metri quadrati quelli su cui viaggiamo, sufficienti per sentire il vento che soffia sulla vela e sulla pelle, una doccia di acqua salata pescata con un secchio, testimoni di un mondo ora piatto, poi obliquo.

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Finalmente conosco anche il musicista che sulle note del “va pensiero” dirige l’orchestra alzando e abbassando la bacchetta prima in alto e poi in basso in un movimento continuo e ripetuto.
E i pensieri se ne vanno per davvero sulle ali dorate. Terminato l’applauso non esiste più nulla se non quella distesa dove tutto è un po’ più blu, dove l’alba e’ regale, il tramonto reale e il silenzio surreale.

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Cala la notte.
E’ la luna che permette all’oscurità di esistere.
Senza di lei sono una nave fantasma uscita da un racconto fiabesco fluttuante nel nulla.

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Nel turno di guardia notturna mi sdraio a prua alzando gli occhi al cielo
perché è solo da distesi che si vedono le stelle.
Mi chiedo come possa esistere crudeltà sotto ad un cielo stellato come questo, se solo stasera gli impostori guardassero in su sono certo se la farebbero nei pantaloni.

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Prendo una ad una le stelle con l’indice e il pollice della mano, le unisco con linee fino a formare oggetti senza forma, cercando la parola magica nascosta nell’infinito.
Creo qualcosa.
Ora Non sono solo.
Andromeda prende vita lassù, introduce le ali fatate di Pegaso.
Ad ogni battito d’ali del leggendario cavallo una stella cade, e’ vittima delle fauci dell’Orsa Maggiore più in basso, quella Minore porta sul dorso la Polare. Tra i due colossi c’è in corso una zuffa, e’ una delle sette fatiche che Ercole deve superare con le stelle del dragone, per rubare il cuore della dea Cassiopea, protetta dallo scettro del marito Cefeo. Intorno a loro animali osservano la scena, sopra di tutti sta Nettuno che muove le pedine inconsce del loro destino.

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Spengo gli occhi, mi lascio cullare sicuro che i sogni non si infrangono al mattino, vengono semplicemente rapiti in cielo al culmine della loro bellezza.
E’ per questo che alzando gli occhi al cielo ci piace sognare, cerchiamo i nostri tra i tanti perché infondo sono sempre stati li, protetti da quei Dei immortali che il tempo non ha vinto.

Sotto di loro uno strapiombo e infine la spianata dove navigano i solitari tra i comuni mortali.

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L’INFINE DI OGNI COSA

Da qualche parte tutto deve aver avuto un inizio, un punto in cui si è formata la prima civiltà, le prime comunità di persone, il primo albero, la prima roccia su questa terra.
Immaginare, in un epoca futura lontana, dove sarà il punto esatto della fine di tutto ciò, come sarà diverso.

Inizio e fine.

Due parole così distanti, così piene di significato che il solo pronunciarle hanno il potere di cambiare umore, di rievocare ricordi tristi e felici, il vecchio e il nuovo, le immaginiamo una a destra e l’altra a sinistra, allarghiamo le mani di fronte a noi prima una e poi l’altra facendole danzare per qualche secondo e col palmo aperto, le dita distese, le diamo spazio e tempo, nel cui mezzo ognuno ha la propria storia da raccontare.
Ho visto un angolo sotto il tetto del mondo dove inizio e fine cessano l’eterna battaglia degli opposti andando contro ogni logica, tempo e spazio.

Inizio e fine si fondono dando vita alla parola composta dalla radice IN unita alla parola FINE, infine.

Questo posto ha segnato per me l’infine di ogni cosa.

La devo ringraziare ancora una volta, la mia compagna, per avermi accompagnato in questo posto attraversando un confine che non può essere ridotto al solo passaggio da un Paese ad un altro,
dalla Spagna al Portogallo.

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E’ un confine astratto, l’infine di una vita che cambia ogni volta perché mutevole,
in cui si prende un po’ di tutto quello che offre, come al mercato, dove nella cesta metti frutta e verdura convinto sia quella più matura, quella più buona, alla ricerca della migliore.
Qualche volta ti accorgi però di aver fatto la scelta sbagliata, oppure ti hanno male consigliato.
In ogni caso hai scelto di provare.

Il Portogallo ha una storia particolare, la sua forma mi ricorda un letto in cui la natura permette di appoggiare a nord la testa su un morbido cuscino variopinto di colori mai uguali, in cui distendere le gambe sotto lenzuola di piante e fiori ricamati da una sarta che ha fatto un lavoro a regola d’arte, profumandole dai mille sapori. Un letto normale se non fosse per la possibilità di muovere i piedi sotto ad uno strato di fine sabbia dorata cambiando posizione quando, non riuscendo a dormire, cerchi un punto più fresco e sentire che su due lati, a sud e a ovest, avrai sempre quella rilassante, piacevole sensazione. Non è la classica melodia del carillon che si sente in sottofondo, le onde dell’oceano la sovrastano creando la culla perfetta per cadere in un sonno profondo e sognare di essere in quel posto dove tutto è l’infine di ogni cosa. Qui dove Madre Natura seduta a fianco, racconta la storia di una terra di crudeltà, in cui il conquistatore chiamo’ selvaggi coloro che erano semplicemente uomini liberi, coprendo il passato di colori scuri e altro non può che mettersi in disparte vergognandosi di averle cucito una sporca coperta ricamata di battaglie.
Gli anni sono cambiati da allora, il clima pure. E’ più caldo, la gente accogliente, le città colorate e della coperta non rimane altro che un lontano ricordo da srotolare ogni qualvolta si apre quel cassetto per non dimenticare.

Girai il Paese alloggiando in due ostelli, uno nel nord e l’altro nel centro-sud, dove mi fermai per due settimane ciascuno, dando una mano nella gestione in cambio di vitto e alloggio.

L’infine di ogni cosa la incontrai in un luogo non distante dalla capitale, a Cabo da Roca, un promontorio sorretto da alte e imponenti scogliere ai cui piedi l’oceano bussa violentemente, uno scenario surreale conosciuto come il punto più ad occidente del continente.

Partii in compagnia di Lei in un tardo e soleggiato pomeriggio di inizio ottobre, la x sul calendario sbarrava il numero 10. La strada verso il promontorio si snoda per una ventina di chilometri dall’ostello, di cui i primi 8 pianeggianti permettono di tenere alta la testa, godendo della bellezza e forza delle onde, indiscusso richiamo di numerosi e coraggiosi surfisti attirati da ogni parte del mondo.
La spiaggia di Guincho, una cartolina da conservare nella memoria, segna la fine della pista ciclabile, l’ultimo sguardo verso l’alto per vedere lontano il faro di Cabo da Roca ancora distante da li.

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La strada si alza, la testa si abbassa.
Saluto il sole perdendo la sua luce dietro alla collina con la promessa di rivederci tra non molto lassù, supplicandolo più volte di attendere prima di fare il cambio guardia e cedere posto alla luna.
Percorro quei chilometri non curante della salita e stanchezza, la pedalata e’ regolare, il fiato corto e la strada stretta.

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Quando rivedo finalmente il sole spuntare dietro alla collina, raffiche di vento mi fanno alzare gli occhi al cielo e notare sul fianco sinistro, dall’alto della cima raggiunta, un misto di colori che spaziano dal verde brillante della vegetazione unito al blu dell’oceano per lasciare sullo sfondo, ora molto lontana, la spiaggia dorata e il riflesso bianco delle onde che vi si infrangevano.
Non ho tempo per fermarmi e scattare una foto, il sole se ne sta andando la dietro,
mi invita a continuare.
L’ultimo chilometro per arrivare al faro e’ una strada in discesa, rilassante.
Un paesino caratteristico dalle case ristrutturate e alcune lasciate al loro destino lasciano spazio a nuove emozioni date da quel magico posto che mi stava aspettando.

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C’è una strana vegetazione, perlopiù formata da erba grassa molto bassa e qualche canna di bambù.
Poi e’ solo oceano, scogliere e tanto vento.
Raggiungo in tempo l’infine per sedermi sul muro con le gambe penzolanti nel vuoto, ammutolito di fronte a tanto splendore, li dove terra e acqua si aggrovigliano e si contendono ogni millimetro, dove il Portogallo si sveste della grazia che lo ricopre e diventa aspro, selvaggio, in un ricordo sbiadito dell’Irlanda più a nord.

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Probabilmente l’immagine più bella di questo Paese, dove se non mi fossi fuso col tutto rischiavo di essere un di più, l’uomo non può competere con tanta bellezza e potenza.
Il tempo si ferma e altro non posso fare che osservare uno spettacolo per cui non ho pagato ma mi è stato donato.

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E’ l’ultimo tramonto d’Europa quello che ho di fronte, nel punto più ad occidente del continente,

“Aqui onde a terra se acaba e o mar começa”, la terra finisce e il mare comincia.
Il vento scarica la sua forza spingendo le onde più in basso in un boato spaventoso,
l’Europa alle mie spalle, il Messico e il Canada ancora da disegnare, c’è tutto un mondo da inventare, qui dove il sole svanisce in un rossore e tutto è inizio e fine.
L’infine di ogni cosa.

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DEDICATA

 

DEDICATA

La Spagna di emozioni e’ un fermento,
Clima caldo e secco in estate condiziona il firmamento.
E’ una chitarra che suona ad un ritmo sfrenato,
E’ la furia di un toro scatenato

Di un vento turbolento,
Che della cima del Guglielmo(*) ricorda un momento.
Del Sebino (*1) contrariamente
Le acque del mare non hanno niente

Son salite e poi discese,
Fatichiamo a braccia tese.
Spiagge lunghe sulla costa
Percorriamo con qualche sosta

Girona, Barcellona,
Una pausa a Tarragona.
La torre umana e’ la sagra popolare
Una foto, anime nuove e poi pronti a pedalare

C’è Valencia al portone
Busso piano, mi muovo lento, non si sa chi e’ il padrone.
Città d’arte, di storia e tempi duri
Di Murales son dipinti i suoi muri

Abbandono netto il lato ad est
Inizia adesso il vero test.
Nella bocca dell’inferno
Non c’è traccia dell’inverno

Il tempo stringe, il sole cuoce,
Sopra un treno son veloce.
Valdepenas e’ un paese che sorprende
E’ Yolanda che ci attende

Aiutiamo in un progetto coinvolgente
Si lavora con la paglia, con la terra e con la mente
Di lavanda ce n’è tanta da tagliare,
Il cui olio essenziale e’ importante ricavare

Attorno a tavole imbandite di paella e cibi locali
Si raccontano le storie riempiendo i boccali
Di sangria, vino e cerveza
Poi e’ l’ora della siesta, sotto al sole non può stare la cabeza

Tra Natura e animali protetti,
E’ il cerdo che in Spagna si consuma ad etti.
Salmorejo e gazpacho, una tapas ed un pisto
Sono altre le città che ho visto

Cordoba, Granada e Sevilla,
Se la giocan tutte quante alla pariglia.
Poi diretti verso Nord, abbandoniamo la pianura
Le ruote girano nel verde dell’Estremadura

Passiamo un parco nazionale protetto,
Son chilometri in salita dove in cima trovo un tetto.
Poche case, poca gente
E’ un cervo che ci sente

Occhi aperti e denti stretti
Disegnamo nuova meta, e’ la che siam diretti.
Altro posto ci attendeva,
arriviamo finalmente a Torrenueva

E’ un luogo in mezzo al nulla in cui lavoro,
Primitivo, solo natura, mi ha arricchito più dell’oro.
E’ una doccia con un secchio ad un albero legato,
E’ il dormire in una tenda, dalla luna cullato e dal sole risvegliato

Settembre cerca spazio nell’agosto ormai sciupato
Lei mi guida dove mai avrei pensato
E’ un confine da passare
Senza prima faticare

Grazie a tutti chi ho incontrato
Per averci aiutato
Grazie al mare ed ai monti che mi han fatto un po’ le ossa
Nella Terra Gialla e Rossa

 

(*) Il Gölem (Monte Guglielmo in italiano) è una montagna di 1957 metri che si eleva nelle Prealpi Bresciane e Gardesane.

(*1) Il lago d’Iseo o Sebino
(lac d’Izé in dialetto lombardo) è un bacino lacustre dell’Italia Settentrionale, situato in Lombardia.