L’INFINE DI OGNI COSA

Da qualche parte tutto deve aver avuto un inizio, un punto in cui si è formata la prima civiltà, le prime comunità di persone, il primo albero, la prima roccia su questa terra.
Immaginare, in un epoca futura lontana, dove sarà il punto esatto della fine di tutto ciò, come sarà diverso.

Inizio e fine.

Due parole così distanti, così piene di significato che il solo pronunciarle hanno il potere di cambiare umore, di rievocare ricordi tristi e felici, il vecchio e il nuovo, le immaginiamo una a destra e l’altra a sinistra, allarghiamo le mani di fronte a noi prima una e poi l’altra facendole danzare per qualche secondo e col palmo aperto, le dita distese, le diamo spazio e tempo, nel cui mezzo ognuno ha la propria storia da raccontare.
Ho visto un angolo sotto il tetto del mondo dove inizio e fine cessano l’eterna battaglia degli opposti andando contro ogni logica, tempo e spazio.

Inizio e fine si fondono dando vita alla parola composta dalla radice IN unita alla parola FINE, infine.

Questo posto ha segnato per me l’infine di ogni cosa.

La devo ringraziare ancora una volta, la mia compagna, per avermi accompagnato in questo posto attraversando un confine che non può essere ridotto al solo passaggio da un Paese ad un altro,
dalla Spagna al Portogallo.

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E’ un confine astratto, l’infine di una vita che cambia ogni volta perché mutevole,
in cui si prende un po’ di tutto quello che offre, come al mercato, dove nella cesta metti frutta e verdura convinto sia quella più matura, quella più buona, alla ricerca della migliore.
Qualche volta ti accorgi però di aver fatto la scelta sbagliata, oppure ti hanno male consigliato.
In ogni caso hai scelto di provare.

Il Portogallo ha una storia particolare, la sua forma mi ricorda un letto in cui la natura permette di appoggiare a nord la testa su un morbido cuscino variopinto di colori mai uguali, in cui distendere le gambe sotto lenzuola di piante e fiori ricamati da una sarta che ha fatto un lavoro a regola d’arte, profumandole dai mille sapori. Un letto normale se non fosse per la possibilità di muovere i piedi sotto ad uno strato di fine sabbia dorata cambiando posizione quando, non riuscendo a dormire, cerchi un punto più fresco e sentire che su due lati, a sud e a ovest, avrai sempre quella rilassante, piacevole sensazione. Non è la classica melodia del carillon che si sente in sottofondo, le onde dell’oceano la sovrastano creando la culla perfetta per cadere in un sonno profondo e sognare di essere in quel posto dove tutto è l’infine di ogni cosa. Qui dove Madre Natura seduta a fianco, racconta la storia di una terra di crudeltà, in cui il conquistatore chiamo’ selvaggi coloro che erano semplicemente uomini liberi, coprendo il passato di colori scuri e altro non può che mettersi in disparte vergognandosi di averle cucito una sporca coperta ricamata di battaglie.
Gli anni sono cambiati da allora, il clima pure. E’ più caldo, la gente accogliente, le città colorate e della coperta non rimane altro che un lontano ricordo da srotolare ogni qualvolta si apre quel cassetto per non dimenticare.

Girai il Paese alloggiando in due ostelli, uno nel nord e l’altro nel centro-sud, dove mi fermai per due settimane ciascuno, dando una mano nella gestione in cambio di vitto e alloggio.

L’infine di ogni cosa la incontrai in un luogo non distante dalla capitale, a Cabo da Roca, un promontorio sorretto da alte e imponenti scogliere ai cui piedi l’oceano bussa violentemente, uno scenario surreale conosciuto come il punto più ad occidente del continente.

Partii in compagnia di Lei in un tardo e soleggiato pomeriggio di inizio ottobre, la x sul calendario sbarrava il numero 10. La strada verso il promontorio si snoda per una ventina di chilometri dall’ostello, di cui i primi 8 pianeggianti permettono di tenere alta la testa, godendo della bellezza e forza delle onde, indiscusso richiamo di numerosi e coraggiosi surfisti attirati da ogni parte del mondo.
La spiaggia di Guincho, una cartolina da conservare nella memoria, segna la fine della pista ciclabile, l’ultimo sguardo verso l’alto per vedere lontano il faro di Cabo da Roca ancora distante da li.

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La strada si alza, la testa si abbassa.
Saluto il sole perdendo la sua luce dietro alla collina con la promessa di rivederci tra non molto lassù, supplicandolo più volte di attendere prima di fare il cambio guardia e cedere posto alla luna.
Percorro quei chilometri non curante della salita e stanchezza, la pedalata e’ regolare, il fiato corto e la strada stretta.

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Quando rivedo finalmente il sole spuntare dietro alla collina, raffiche di vento mi fanno alzare gli occhi al cielo e notare sul fianco sinistro, dall’alto della cima raggiunta, un misto di colori che spaziano dal verde brillante della vegetazione unito al blu dell’oceano per lasciare sullo sfondo, ora molto lontana, la spiaggia dorata e il riflesso bianco delle onde che vi si infrangevano.
Non ho tempo per fermarmi e scattare una foto, il sole se ne sta andando la dietro,
mi invita a continuare.
L’ultimo chilometro per arrivare al faro e’ una strada in discesa, rilassante.
Un paesino caratteristico dalle case ristrutturate e alcune lasciate al loro destino lasciano spazio a nuove emozioni date da quel magico posto che mi stava aspettando.

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C’è una strana vegetazione, perlopiù formata da erba grassa molto bassa e qualche canna di bambù.
Poi e’ solo oceano, scogliere e tanto vento.
Raggiungo in tempo l’infine per sedermi sul muro con le gambe penzolanti nel vuoto, ammutolito di fronte a tanto splendore, li dove terra e acqua si aggrovigliano e si contendono ogni millimetro, dove il Portogallo si sveste della grazia che lo ricopre e diventa aspro, selvaggio, in un ricordo sbiadito dell’Irlanda più a nord.

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Probabilmente l’immagine più bella di questo Paese, dove se non mi fossi fuso col tutto rischiavo di essere un di più, l’uomo non può competere con tanta bellezza e potenza.
Il tempo si ferma e altro non posso fare che osservare uno spettacolo per cui non ho pagato ma mi è stato donato.

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E’ l’ultimo tramonto d’Europa quello che ho di fronte, nel punto più ad occidente del continente,

“Aqui onde a terra se acaba e o mar começa”, la terra finisce e il mare comincia.
Il vento scarica la sua forza spingendo le onde più in basso in un boato spaventoso,
l’Europa alle mie spalle, il Messico e il Canada ancora da disegnare, c’è tutto un mondo da inventare, qui dove il sole svanisce in un rossore e tutto è inizio e fine.
L’infine di ogni cosa.

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